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Ecco perché accettiamo qualsiasi sopruso e nessuno si ribella

Qualche tempo fa, durante un esperimento di laboratorio, uno psicologo notò un fenomeno piuttosto strano. L’esperimento consisteva nel somministrare una scossa elettrica ad alcuni topi chiusi in gabbia e senza vie di fuga. Inizialmente, gli animali si agitavano cercando di scappare, ma quando si rendevano conto che non potevano, restavano semplicemente immobili. Il fenomeno strano era che, in un esperimento successivo, in cui era prevista una via di fuga, quegli stessi topi non la usavano. Continuavano a rimanere immobili e a subire la scossa. In pratica, i topi avevano “imparato” che non potevano fuggire o evitare la scossa e, anche di fronte all’evidenza contraria, continuavano a restare immobili.

La faccenda era talmente insolita che il ricercatore decise di verificare se il meccanismo funzionava anche sugli esseri umani. Così, prese un gruppo di studenti e li chiuse in una stanza dove c’era un forte rumore, che infastidiva molto e sembrava provenire da un pannello pieno di pulsanti. Gli studenti provavano a spingere i pulsanti, tentando di far cessare il rumore, ma non accadeva nulla. In seguito, venivano rinchiusi in un’altra stanza, sempre con lo stesso rumore, ma in questo caso premendo i pulsanti il rumore sarebbe cessato. Solo che nessuno li premeva. Anche gli studenti avevano imparato che “non c’era niente da fare”.

Si chiama “impotenza appresa” ed è uno dei meccanismi che condiziona, poco o molto, la nostra vita. Perché, ci piaccia o no, ne siamo consapevoli o meno, funziona su tutti noi. Tanto per fare un esempio, sapete cosa sono i “neet”? Sono giovani che non studiano, non lavorano e neppure cercano un impiego. In Italia sono più di tre milioni. Hanno almeno il diploma, se non la laurea o addirittura il master, ma hanno bussato a troppe porte e se le sono sempre viste sbattere in faccia. Spesso con la miserabile motivazione che “sono troppo qualificati per quella mansione”, quasi come se l’avere delle competenze fosse una nota di demerito. Così, la generazione neet ha imparato, o, meglio, è stata condizionata a pensare che è inutile perfino provarci, inviare curriculum, prendere appuntamento per un colloquio.

E’ stata condizionata, esatto. E una volta che il condizionamento si stabilisce, la risposta si automatizza, come dicono gli psicologi. Significa che quel dato comportamento diventa meccanico, automatico, come frenare quando c’è un ostacolo in mezzo alla strada. Non ci pensiamo, premiamo il pedale e basta.

Certo, condizionare un uomo a pensare ed agire in un certo modo non è cosa semplice, ma a volerlo fare non è neppure così complesso. E funziona molto, molto meglio se si comincia da piccoli. Avete mai visto un elefante al circo? Quando non sono impegnati in qualche numero, sono legati con una catena a un piolo conficcato nel terreno. E all’elefante basterebbe uno strattone, per liberarsi. Perché non lo fa? Perché a quella catena ha cominciato ad essere legato da piccolo, quando non aveva forza sufficiente a strapparla via, e ha imparato che non può farlo. E non lo farà neppure da grande, quando potrà.

Ma non crediate che sia troppo complicato “condizionare” anche gli uomini adulti. I mass-media conoscono benissimo questo meccanismo e il condizionamento avviene attraverso il “bombardamento” selettivo. Le notizie con cui apriranno i telegiornali, di cui si parlerà nelle cosiddette trasmissioni di approfondimento, di cui si spettegolerà nei salotti della D’Urso e della Perego, riguarderanno tutte lo stesso argomento. E, a seconda di come saranno date, quelle notizie ci condizioneranno a pensare e ad agire in un certo modo. Le notizie sulle tante manifestazioni finite in repressioni e manganellate, tanto per dirne una, sono un modo per dire “guarda che non ti conviene mica tanto andare in piazza a protestare, che ti finisce a bastonate”.

Abbiamo smesso di protestare e di lottare perché ci hanno condizionato a credere che non potessimo cambiare nulla, ci hanno condizionato a pensare che non c’è via d’uscita. E la mancanza di via d’uscita porta alla disperazione più fonda, fa accarezzare l’idea di farla finita, di smettere di soffrire inutilmente.

Vi ricordate dello psicologo di cui parlavano all’inizio? Si chiama Martin Seligman, ha 73 anni e insegna all’università della Pennsylvania. Ha una bella chioma bianca, la faccia rubiconda da americano cui piace vivere e ama appassionatamente il bridge. E’ uno degli psicologi più citati nei manuali, perché è considerato il padre della psicologia positiva, quella che sottolinea l’importanza di rafforzare le emozioni piacevoli, le potenzialità individuali, le abilità e le capacità che tutti abbiamo e che tendiamo a dare per scontate.

In questo senso, qualcuno ha provato a rifare l’esperimento di Seligman, con una variante. Dopo la serie di scosse nella gabbia senza via d’uscita, nella gabbia che prevedeva la via di fuga, insieme ai topi condizionati è stato messo anche un topolino “nuovo”. Alla prima scossa, quello “nuovo” è scappato. E la cosa che fa sorridere è che, vedendo lui, sono scappati anche gli altri.

Ma proprio tutti.

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